TRANSUMANZA

QUESTO BLOG E' IN VIA DI SUPERAMENTO. NE STIAMO TRASFERENDO I POST MIGLIORI SUL SITO DI VIVEREALTRIMENTI, DOVE SEGUIRANNO GLI AGGIORNAMENTI E DOVE TROVATE ANCHE IL CATALOGO DELLA NOSTRA EDITRICE. BUONA NAVIGAZIONE!

domenica 28 febbraio 2010

Luna Piena -- Magha Puja -- Domenica 28 febbraio 2010

Grande è l’essere
che non si ferma su questa sponda
né sull’altra
né su sponda alcuna.
Un essere così non è legato da nulla.


Dhammapada strofa 385

Che tipo di persona possiamo considerare grande? Nella nostra società,
dove si può trovare l’eccellenza? È una domanda importante perché
quello che qui cerchiamo è la qualità o la persona da emulare nella
ricerca della realizzazione. Il Buddha dice che un grande essere non
si attacca a una posizione fissa; è un essere libero da qualsiasi
attaccamento; un essere non ostacolato dall’aggrapparsi ai beni
materiali come pure alle idee. Un tale essere non è irresponsabile
nelle sue azioni. È più corretto dire che è pienamente responsabile.
Una persona che non si attacca può vedere con chiarezza, sentire con
accuratezza e rispondere sinceramente. Tutto cambia. Attaccarsi a
opinioni rigide e ai possessi materiali porta solo stress. Nella
confusione, lottiamo per aggrapparci ancora di più, sperando che ci
sia d’aiuto. Quello che veramente aiuta è imparare il giusto modo di
lasciar andare.

Con Metta

Bhikkhu Munindo

(Ringraziamenti a Chandra per la traduzione)

N O T I Z I E

Oggi è Magha Puja, la celebrazione del Sangha:
santacittarama.altervista.org/magha_puja.htm
Il programma del monastero è stato aggiornato:
santacittarama.altervista.org/programma.htm

"So che non so", un discorso di Ajahn Sumedho, è stato appena inserito
nel sito: santacittarama.altervista.org/so_che_non_so.htm

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Santacittarama
Monastero Buddhista
02030 Frasso Sabino (RI) Italy

Tel: (+39) 0765 872 186
(durante il ritiro invernale rispondiamo solo fra le 7:30-8:30 di
mattina)
Fax: (+39) 06 233 238 629


sangha@santacittarama.org
(alternativa): santa_news@libero.it


www.santacittarama.org
www.forestsangha.org (portal to wider community of monasteries)
www.fsnewsletter.org (newsletter in English)
www.dhammatalks.org.uk (audio files)
www.allisburning.org (images of Theravada Buddhism, East and West)

sabato 27 febbraio 2010

Marzo al Villaggio Verde.

Carissimi amici e soci,
approfittiamo di questa prima comunicazione dopo la pausa invernale per augurare a tutti un inizio di primavera all'insegna delle energie della rinascita e del rinnovamento. Alcune complicazioni burocratiche ci hanno causato dei ritardi nell'organizzazione delle nostre consuete iniziative culturali, per cui, come potete vedere nel calendario in basso, anche per il mese di marzo potremo proporvi un numero ridotto di attività, mentre il programma definitivo e completo potrà avere inizio solo a partire da aprile: vi terremo informati.
Segnaliamo fin d'ora però un importante appuntamento per il periodo di Pasqua: un Seminario di Agricoltura Sinergica della durata di 5 giorni, organizzato in collaborazione con l'associazione Kanbio, durante il quale i partecipanti avranno la possibiltà di realizzare un Orto Sinergico sul terriorio del Villaggio Verde. Sarà un'occasione per "rinverdire" il nostro ambiente in sintonia con i ritmi stagionali e "disseminare" una cultura di buone pratiche ecologiche che non mancherà di darci i suoi frutti nel corso dell'anno.
Vi ricordiamo, infine, che è possibile devolvere alla nostra associazione il 5 per mille dell’IRPEF: è sufficiente apporre una firma e il nostro Cod. Fiscale: 01251850036 nella dichiarazione dei Redditi per darci un valido aiuto nel migliorare i servizi offerti dalla nostra associazione. Con questa semplice modalità, che non costa nulla al contribuente, l’anno scorso abbiamo potuto raccogliere circa 2.500,00 Euro: un sentito ringraziamento a tutti coloro che ci hanno ricordato! . Il riconoscimento del valore di Promozione Sociale della nostra associazione ci permette anche di ricevere donazioni detraibili dal reddito delle persone fisiche e deducibili dal reddito d’impresa. Chiunque volesse contribuire in questa forma può versare una “erogazione liberale” a nostro favore sul c/c postale n° 12361283 - IBAN IT78Q076011010002361283 specificando il nostro codice fiscale sulla causale.
A presto, un saluto cordiale a tutti Voi

Il Consiglio Direttivo dell’Associazione Amici del Villaggio Verde


SEMINARI - INCONTRI - EVENTI

FEBBRAIO

Sab 27
h 17.00
Incontro del Gruppo di Studio di Metafisica con il facilitatore Fausto Spinelli: Emergenza Cosmica.

MARZO

Sab 13
h 15.00 Meditazione delle Fiamme Alchemiche di Saint Germain con Eddy Seferian
h 17.00 Incontro del Gruppo di Studio di Metafisica con il facilitatore Fausto Spinelli: Il Raggio Oro-Rubino.

Dom 28
h 15.00 Incontro della Fondazione Bernardino del Boca : Testimonianza
h 17.30 Incontro del Gruppo di Studio di Metafisica con il facilitatore Fausto Spinelli: Il Raggio Violetto.

CORSI e ATTIVITÀ Settimanali

Sempre(su appuntamento) Approccio al Cavallo: Lezioni di equitazione naturale e escursioni a cavallo. Con Paolo Zoni (0163 80975–3493790625)

Martedì pom.
h 16.30-17.30

oppure

Venerdì mattina
h 10.30-11.30

Hatha Yoga: corso base di respirazione, ginnastica, rilassamento e meditazione. Con Isabella Cosentino (0163 80964)

Martedì sera
h 19.00-20.15

oppure

Venerdì mattina
h 10.30 -11.45

Qi-Gong: ginnastica respiratoria e meditazione dinamica cinese per il benessere psicofisico:

Con Sumio Ebisuno (0163 80964)

Sabato pom.
h 14.00-19.00

Laboratorio gratuito di Recitazione Cinematografica con Gianfranco Fumagalli e Gianluca Sacchi (0163 835183 – 0163 80561)

Associazione di Promozione Sociale "Amici del Villaggio Verde"
Loc. S. Germano - 28010 Cavallirio (Novara)
Tel: 0163 80447 (Ufficio) - 80964 (Isabella) - 80975 (Lorenza)


Si ricorda che la partecipazione alle nostre attività è riservata ai soci dell'Associazione.
TESSERA 2010: euro 25.00 comprensivo di assicurazione CONACREIS
valida in tutti i centri affiliati al Coordinamento Nazionale delle Associazioni e Comunità di Ricerca Etica, Interiore e Spirituale.


Per maggiori informazioni su di noi VISITATE I NOSTRI SITI:
www.villaggioverde.org,
www.fondazionebernardinodelboca.it,

Per approfondimenti sulle attività che proponiamo visitate i

SITI AMICI:
www.agricolturasinergica.it
www.campusdirecitazionecinematografica.blogspot.com
www.metafisicaitalica.it
www.conacreis.it

Se dovete aggiornare i vostri dati e se volete le specifiche del seminario di agricoltura sinergica con l'Associazione KanBio, scriveteci a
info@villaggioverde.org

venerdì 26 febbraio 2010

Il Progetto Villaggio Globale.

Villa Demidoff, situata sulle rive di un torrente, è immersa nel verde, con tempietto neoclassico adiacente. E' la sede del Centro Internazionale di Medicina Olistica e dell'Accademia, branche del Progetto Villaggio Globale. Costruita dal principe russo Anatoli Demidoff, è un buon luogo per rilassarsi e si presta ad essere definita "un’oasi di quiete ed eleganza". All'alba del terzo millennio, il Villaggio Globale è un luogo di risveglio della coscienza planetaria, in armonia con le direttive educative e culturali dell’ONU e dell’UNESCO, sulla base della "Carta dei Diritti Umani", della "Carta della Terra" e del "Manifesto della Coscienza Planetaria". Citando dallo Statuto dell'omonima Associazione: «lo scopo del Villaggio Globale è di realizzare una cittadella della nuova cultura planetaria, orientata allo sviluppo delle potenzialità umane, alla salute ed all'evoluzione del corpo, della mente e dello spirito [grazie alle acque termali, alle arti e alle medicine antiche e moderne], alla completa ecocompatibilità, all'amore per la natura, al rispetto dei valori umani di fratellanza, uguaglianza e libertà, all'apertura alle varie culture, razze e vie spirituali, alla ricerca di unità e sintesi tra Scienza, Arte e Spritualità, per creare le condizioni di crescita e sviluppo dell'Uomo Nuovo».
Il Villaggio Globale lavora in sinergia con reti e siti che operano a livello internazionale con analoghi intenti, come gli ecovillaggi del Global Ecovillage Network, i centri per la coscienza planetaria del Club di Budapest, la rete della pace di Peacelink e Peace2000, i centri della Lama Gangchen World Peace Foundation e gli Osho Meditation Centers.
«Con la medicina olistica, la meditazione, l'arte, la scienza, l'educazione, la cura dell'ambiente», sostengono al Villaggio Globale, «possiamo affrontare la sfida del terzo millennio per un futuro sostenibile».

Villa Demidoff - 55021 Bagni di Lucca, Lucca
Tel 0583.86404 Fax 0583.805623
E Mail info@globalvillage-it.com
Sito Internet www.globalvillage-it.com
Orario segreteria: 09.00/13.00; 14.00/17.30
Chiuso il martedì nel periodo invernale
Segreteria Scuola accademiaolistica@globalvillage-it.com

giovedì 25 febbraio 2010

Anteprima del film OLOS, L'anima della Terra a Firenze.

Cito quanto ho ricevuto, via e-mail dalla redazione dei creativi culturali:

Cari amici e amiche,

Siete tutti invitati alla prima di OLOS, l'Anima della Terra, il film sul nuovo paradigma scientifico a cui hanno collaborato scienziati, studiosi e premi Nobel per la Pace e alla presentazione del libro "I Creativi Culturali" di Enrico Cheli e Nitamo Montecucco (Ed. Xenia) che contiene i dati delle ricerche internazionali sulla nuova cultura emergente e le basi del paradigma olistico. L'evento si terrà a Firenze nel prestigioso Salone dei 500, in Palazzo Vecchio, la più grande e importante sala affrescata in Italia realizzata per la gestione del potere civile, sabato 27 Febbraio ore 15.00.

un caro saluto, spero di vedervi,

Redazione Creativi Culturali
www.creativiculturali.it

Segue il messaggio degli autori

Il film OLOS, L'Anima della Terrasarà presentato in anteprima a Firenze nel Salone dei Cinquecento, in Palazzo Vecchio, Piazza della Signoria, a 15 minuti a piedi dalla stazione ferroviaria di Santa Maria Novella, il 27 Febbraio 2010, dalle ore 15 alle ore 18.

L'ENTRATA SARA' GRATUITA
potete estendere l'invito anche a vostri amici o associazioni.

E' tempo che la parte più saggia e consapevole dell'umanità si riunisca e collabori
per invertire l'attuale tendenza distruttiva e realizzare un futuro comune
di pace, comprensione umana e rispetto della Terra.
Ogni individuo, ogni associazione è determinante in questo
processo di evoluzione verso una coscienza globale.


PROGRAMMA

Ore 15.00 - Ervin Laszlo, Nitamo Montecucco: presentazione del Progetto Globale
Ore 15.30 - Enrico Cheli: i Creativi Culturali: i dati delle ricerche internazionali
Ore 16.00 - Proiezione del Film OLOS: il Paradigma Olistico comune della nuova cultura
Ore 17.30 - Tavola Rotonda con Marco Romoli, Kiran Vigiani, Attila Tanzi e i rappresentanti delle reti Internet: Prospettive di crescita dei creativi culturali e strategie di aggregazione della rete.

Le finalità del film Olos
Il proposito di questo film è di fornire informazioni e conoscenze scientifiche, filosofiche, mediche, psicologiche e spirituali per sostenere e dare valore al "paradigma olistico": la visione unitaria, ecologica e sistemica del mondo e dell'essere umano che tutti noi condividiamo, ma che fino ad oggi è stata rigettata dalla cultura ufficiale come poco scientifica o utopistica. La consapevolezza di condividere un paradigma comune può ampliare la nostra consapevolezza globale e favorire la riunione dei "creativi culturali": le persone, le associazioni e i movimenti che, con amore, sensibilità e consapevolezza, vivono e si impegnano per un mondo migliore: cioè tutti noi!
L'aspirazione è di facilitare la realizzazione di una rete internazionale di collaborazione e di una massa critica tra tutte le associazioni e le persone. Il film pone in evidenza lo spirito che ci accomuna: il senso di unità e responsabilità per il benessere dell'uomo e del pianeta. Un progetto che si sta estendendo a tutto il pianeta, contribuendo ad un orientamento positivo dell'attuale crisi ecosistemica globale. A questo incontro abbiamo invitato i responsabili delle più importanti associazioni italiane (che siamo riusciti a conoscere via Internet) che stanno contribuendo a sviluppare una nuova cultura etica e sostenibile per raggiungere una prima massa critica locale di 500 persone! Siamo onorati di poter iniziare insieme a voi questo importante progetto culturale e umano.

Il tema del Film
In questo film la Terra racconta la propria storia: un emozionante viaggio scientifico e poetico nell'evoluzione della vita e della coscienza. Dall' inconscio collettivo della vita allo sviluppo del cervello e dell'intelligenza, fino alla realizzazione della coscienza di Sé e alla consapevolezza planetaria.
Il film mostra che la Terra è oggi in grave pericolo, in quanto negli ultimi secoli la nostra civiltà è stata dominata da un paradigma dicotomico, che ha separato il corpo dall'anima, la materia dallo spirito, che ha contrapposto razze, culture e religioni, rompendo l'equilibrio dell'intero ecosistema.
Il film pone in evidenza che il cambiamento epocale che stiamo vivendo, verso una civiltà globale, richiede un cambio di paradigma, un nuovo modello dell'essere umano e del mondo, che integra le scoperte scientifiche con la comprensione della coscienza profonda dell'essere umano e di tutto ciò che vive. Per realizzare un pianeta unito, pacifico e sostenibile è necessario un paradigma olistico, un modello unitario, sistemico, rispettoso della vita. Nel film oltre trenta scienziati e personaggi della cultura internazionale, dal Dalai Lama, a Fritjof Capra, a Ervin Laszlo, ci espongono questo nuovo paradigma con interviste, immagini, animazioni, video, morphing e musiche.
Il film-manifesto della nostra nuova cultura planetaria emergente.
Una visione unitaria che accomuna milioni di persone e associazioni ecologiste, etiche, mediche o spirituali di ogni parte del mondo. Che riunisce una moltitudine di culture e modelli antichi e moderni, scientifici e spirituali, e li sintetizza in una visione globale e sostenibile.

Il film, nella versione tradotta in inglese, è stato anche proiettato, con grande interesse, al Klimaforum, l'incontro internazionale sui cambiamenti climatici che si è da poco concluso a Copenaghen, a cui hanno partecipato quasi centomila esponenti di tutte le nazioni e di tutte le associazioni (NGO) del pianeta. Abbiamo ricevuto commenti sul film molto positivi, a volte entusiastici.
Vi invitiamo ad essere presenti con noi a Firenze e a rigirare questa email a tutti gli amici su Facebook o su altri social network!
In allegato troverete un manifesto del film che potete stampare e affiggere in altri centri, librerie, ed erboristerie amiche. Vi invitiamo a sentirvi parte attiva di questo progetto globale.
Per chi non riuscisse ad essere presente alla proiezione, vi invitiamo a leggere "I Creativi Culturali" di Enrico Cheli e Nitamo Montecucco, (Ed. Xenia, euro 10) che contiene i dati delle ricerche internazionali sulla nuova cultura emergente e le basi del paradigma olistico.

Il Club di Budapest
Due parole sull'associazione. Il Club di Budapest (come potrete eventualmente vedere sul sito www.club-of-budapest.it) è un'associazione culturale che - senza ideologie politiche o religiose - opera in tutto il mondo per il risveglio di una nuova consapevolezza umana e planetaria. Il Club di Budapest è sostenuto in questo compito da sette premi Nobel per la Pace tra i quali Mikhail Gorbachev, il Dalai Lama, Nelson Mandela, Desmond Tutu, Muhammad Yunus, il creatore del microcredito, e da personaggi di rilevanza internazionale nelle scienze, nelle arti e nella spiritualità come l'ex-vicepresidente USA Al Gore, gli scrittori Paulo Coelho e Arthur C.Clarke, l'ex presidente della Rep. Ceca Vaclav Havel, il musicista Peter Gabriel, il filosofo Edgar Morin, il direttore d'orchestra Zubin Metha, l'etologa degli scimpanzee Jane Goodall, e molti altri. Il Club di Budapest vuole essere solo un promotore di questo progetto. Una volta avviato, il progetto apparterrà totalmente ai suoi membri costituenti.

Il punto di svolta si avvicina. Il futuro del pianeta dipende dalla nostra capacità di sviluppare una nuova coscienza umana e planetaria, più unita e collaborativa, che abbracci i molti aspetti della nuova cultura,dall'arte alla spiritualità, dalla medicina olistica all'ecologia, dai consumi etici alla pace, dalla psicologia al volontariato.
Nella speranza che il futuro sia generoso di consapevolezza e di collaborazione verso un fine comune, vi aspettiamo a Firenze.

Nitamo Montecucco
Presidente Club di Budapest Italia
Enrico Cheli
Università degli Studi di Siena

Prossime proiezioni del film:
- 27 Marzo (Sabato) Vicenza, alla tenda del "No DalMolin".
- 14 Aprile (Mercoledì) Università di Cosenza, Arcavacata (Rende).
- 21 Aprile (Mercoledì) - Università di Bologna.
- 29 Maggio (Sabato) Lucca, Palazzo Ducale.

presentazioni del libro:

24 febbraio a Genova
5 marzo a Bolzano
18 marzo a Caserta
24 aprile a Livorno

Per ulteriori informazioni: www.reteolistica.it, www.creativiculturali.it

mercoledì 24 febbraio 2010

Decrescita sì, decrescita no!

Questo post è in risposta al commento di un bioniere, Enrico, a seguito di un mio post precedente, pubblicato anche sul social network bionieri.ning.com in cui, parlando della Fattoria Macinarsi, mi sono concesso alcune riflessioni sulla cosiddetta decrescita felice:

Ciao Enrico;
ti ringrazio per il tuo commento e per aver sollecitato la necessità di un dibattito sul tema della decrescita.
Io, francamente, non vorrei si finisse a parlare del sesso degli angeli perché discorsi del genere possono peccare, a mio vedere, di eccessiva astrazione, dettata anche dall’impronta anacronisticamente ideologica.
Allo stesso tempo, credo sia necessario affrontare (senza eccessi) il discorso perché io vedo i rischi di un paradigma che ci può portare fuori strada.
Vengo dunque a considerare i punti fondamentali della mia prospettiva:

A) La decrescita come scelta esistenziale è più che rispettabile. Coloro che decidono di impostare la propria vita all’insegna della semplicità e della riduzione radicale dei consumi, scegliendo piuttosto di coltivare al massimo l’autoproduzione, la creatività, la parsimonia, eccetera, possono avere tutte le ragioni esistenziali per farlo. A mio modo di vedere è una scelta che ha qualcosa di ascetico e lo dico senza giudizi di valore, vivendo la maggiorparte del mio tempo in una città, Varanasi, piena di asceti. Ci sarà chi obietta: no, non si tratta di essere asceti e mi va bene lo stesso. In una parola, nel momento in cui si sceglie la decrescita come istanza esistenziale: nulla questio! Piuttosto: rispetto e sana curiosità;
B) Il discorso cambia quando si propone la decrescita felice come paradigma di natura politico-economica. A questo punto non posso non sottolinearne quelli che sono, a mio parere, i tragici punti deboli. Consideriamoli brevemente, partendo da un semplice assunto: è politicamente perdente! Vediamo perché:

1)E’ difficile abbia un qualunque appeal nell’Occidente satollo, solo una minima parte del quale, oggi, disorientata, disgustata, in crisi di senso, ha focalizzato la propria attenzione su quelli che considera essere gli svantaggi del cosiddetto “benessere materiale” e dunque ne fa il proprio principale bersaglio. Bersaglio, a mio modo di vedere, sbagliato perché distoglie l’attenzione dal vero responsabile delle tribolazioni del mondo: l’essere umano, non la produzione, il consumo, il denaro considerati come categorie a priori.
2)Ha zero appeal, zero assoluto, nei paesi emergenti. Iniziando a conoscere l’India, avendo vissuto un periodo in Nepal, Thailandia, Sri Lanka, vi assicuro che la recettività di quei popoli al paradigma della decrescita è meno che nulla! Non sono ancora stato in Cina ma dalle notizie che mi giungono non mi sembra proprio ci sia spazio per concetti come quelli in esame. L’economia thai, poi, è in buona parte in mano ai cinesi ed avendoli visti un minimo all’opera non posso che commentare: si salvi chi può, altro che decrescita felice!
Parliamo di paesi dove (soprattutto in India e Thailandia, per quello che ho potuto vedere) si respira una grande adrenalina, una grande eccitazione per un semplice, chiaro obiettivo comune: avere introiti sufficienti per potersi finalmente permettere una vacanza, far studiare i figli in scuole prestigiose, per provare ad offrire loro un futuro di vita meno grama, per potersi permettere quel che di bello offrono le nuove tecnologie senza sospirare che bisogna tagliare sui vestiti, sulle scarpe, eccetera.
A fronte di questo, con circa metà della popolazione mondiale che vive nel versante asiatico emergente ed ha in testa un unico obiettivo (come abbiamo visto, del resto, in occasione del G8 a L’Aquila o del summit sul clima a Copenaghen): sviluppo, che vogliamo fare, "la decrescita in un paese solo"? Magari nella "Toscana Felix"? E’ un controsenso!
3) Seppure, per assurdo, il paradigma della decrescita felice dovesse avere successo, non bisogna essere laureati in economia per capire che avrebbe un effetto devastante a livello sociale ed economico. Contrazione dei consumi porterebbe difatti (ed in parte sta già portando): recessione, fallimenti, disoccupazione dilagante, disperazione, ne guadagnerebbero i farmacisti, le rivendite di alcolici e, soprattutto, la criminalità organizzata.
Non venite a dirmi che la disoccupazione non sarebbe un problema perché si sarebbe imparato a fare lo yogurt a casa, a prendere l’acqua alla fontana eccetera perché davvero si finirebbe a parlare del sesso degli angeli!
4) La soluzione, dunque, non può che essere, a mio parere, nel mercato, rimanendo nella logica del mercato, senza cercare scorciatoie originali. Sì ai consumi, dunque, si tratta di vedere quali consumi e su questo si può tornare a parlare quanto si vuole.
5) Enrico obietta che quando i nostri imprenditori delocalizzano la produzione ed i nostri operai fanno una vita infame che può anche portare a decisioni estreme stiamo veramente tornando indietro. A questo punto è d’obbligo una provocazione: ce la facciamo a rivendicare (come proponeva Naomi Klein) redditi più alti nei paesi in via di sviluppo? Sarebbe un’ottima iniziativa; migliorerebbe la vita dei lavoratori in loco ed arginerebbe, un minimo, la febbre delocalizzatrice. Pensiamo di farcela, contro la volontà dei governi di quegli stessi paesi il cui sviluppo economico è direttamente legato proprio al basso costo del lavoro? Potrebbe essere, ripeto, un’idea interessante: andare a rafforzare un movimento, quello sì, mondiale con l’obiettivo menzionato. Ci si può lavorare!
Altrimenti bisogna iniziare a dialogare con i paesi emergenti, capire bene che linguaggio parlano, di quale cultura sono portatori e che possibilità possono offrire. Sappiamo che il presente e, ancor di più, il futuro, appartengono ad un mondo in cui le distanze geografiche sono, in buona parte, abolite. Ad un grande mercato dove tutti delocalizzeranno sempre di più, dove delocalizzare diventerà sempre più la norma. Federico Rampini ne L’impero di Cindia invita i nostri giovani a conoscere meglio la sezione di mondo in titolo, a sondarne le opportunità, a pensare di coglierne alcune sfide. Potrebbe essere interessante; in una situazione, di casa nostra, dove il lavoro dipendente è sempre meno vantaggioso e, soprattutto, sempre più raro, bisogna iniziare ad entrare nell’ottica di inventarselo il lavoro! Si può fare, in Italia come in India, in Thailandia (solo a Chiang Mai, seconda città tailandese, ci sono oltre 20 ristoranti italiani), in Cina o in America; essere disposti a mettersi in gioco in un mondo che è quello che è, comprendendo che è inutile mugugnarci su cercando piuttosto di proiettare, nel lavoro, il proprio livello di crescita integrale, la propria etica, il proprio rispetto per l’essere umano. Si tratta di vedere se questi sono valori che hanno acquisito sostanza o sono solo chiacchiere; nel primo caso possono provare ad affermarsi nell’arena.
6) Senza dimenticare alcuni saggi insegnamenti di pensatori del passato, ad esempio Pierre Joseph Proudhon che parlava di mutuo appoggio, di cooperazione tra realtà affini per creare circuiti economici autonomi, in grado di autoalimentarsi. E’ quello, ad esempio, che si può fare nell’ambito delle comunità intenzionali e degli ecovillaggi, ogni giorno un gruppo di interesse più nutrito. Ho già sollecitato la necessità che le comunità intenzionali e gli ecovillaggi si mutuo-sostengano e mutuo-appoggino, creando un proprio circuito economico relativamente indipendente. Qualcosa si sta muovendo anche nell’ambito della RIVE (sta iniziando, ad esempio, a prendere corpo un mercatino virtuale) e credo sia questa una strada da seguire con costanza e dedizione. Non ci sarà modo di arricchirsi, i primi tempi si dovrà un po’ decrescere ma, a quel punto, il gioco potrebbe valere la candela e si rimarrebbe, pur con un atteggiamento diverso, in una sana logica di mercato.
7) Proprio in ultimo, la scottante (è il caso di dirlo) questione del global warming. Credo sia inutile strapparsi troppo i capelli; il destino è già deciso da Washington a Nuova Delhi passando per Palazzo Grazioli. L’alternativa ai combustibili fossili è un cocktail di energie rinnovabili e nucleare. Quest’ultimo sappiamo essere costoso, rischioso e, in Occidente, impopolare. Malgrado questo, politici intelligenti come Barack Obama negli Stati Uniti o Manmohan Singh in India stanno avviando la costruzione di nuove centrali. Sono stupidi, corrotti o, forse, il nucleare è una via obbligata?

Ci lasciamo con questo quesito; una sola preghiera: non venitemi a raccontare che, a fronte di questo ed altri dilemmi, l’alternativa è chiara e netta e si chiama “decrescita felice”!

P.S. Nell’esporre il mio punto di vista ho probabilmente peccato di semplicismo; sono solo alcune osservazioni a caldo, per dare appena qualche spunto di riflessione. Non me ne volete per l’inevitabile superficialità!

martedì 23 febbraio 2010

My name is Khan e non sono un terrorista!

My name is Khan…e non sono un terrorista: è la frase leitmotiv dell’ultimo film del giovane regista indiano Karan Johar (classe 1972) che ha debuttato ad Abu Dhabi il 10 febbraio 2010. My name is Khan sta avendo un ottimo successo in India oltre ad un notevole riscontro di incassi in Gran Bretagna, Stati Uniti, Oceania e Medio Oriente e ad essere presente, come film fuori concorso, al sessantesimo festival internazionale del cinema di Berlino.
In Italia, stando a quanto si legge su internet, non mi sembra proprio stia facendo faville ma è troppo presto per dirlo. Una critica sul sito www.close-up.it, lo presenta nei seguenti termini:

Un magnifico polpettone firmato Bollywood questo My name is Khan […]. Una grande ed emozionante favola del presente che punta dritto al lacrimone facile con tanti luoghi comuni e una furba cifra stilistica. E’ un film kitsch, sopra le righe, esasperato in ogni situazione e nella caratterizzazione dei personaggi, sempre pronto a far sembrare ordinario lo straordinario; è un’opera che insiste (anche troppo) sul valore dei sogni, della giustizia, della fratellanza, della pace […].

Personalmente non sono affatto d’accordo ma, prima di tutto, consideriamone brevemente la trama: Rizwan Khan è un ragazzo musulmano di Bombay. E’ affetto da Sindrome di Asperger (più comunemente conosciuta come autismo) che ne fa un emarginato e, allo stesso tempo, un piccolo genio, capace di riparare quasi ogni prodotto meccanico od elettronico che sia. Rizwan vive con la mamma ed il fratello minore, Zakir, che ne diventa presto geloso per la maggiore attenzione che catalizza in casa. Zakir lascia dunque l’India per la California. Studia a S.Francisco dove riesce ad affermarsi professionalmente. Raggiunta l’età matura, anche Rizwan lascia l’India per S.Francisco, dove il fratello lo ingaggerà come rappresentante dei prodotti cosmetici e di bellezza dell’azienda in cui lavora.
Rizwan, in un beauty parlour, incontra Mandira, un ragazza indiana di religione hindu e, dopo un periodo di frequentazione amicale, i due si innamorano e si sposano. Mandira esce da un matrimonio fallito che, tuttavia, le ha lasciato un figlio: Sam, di 10-12 anni. Mandira e Sam, a seguito del matrimonio, prendono il nome di Rizwan: Khan. Sono sostanzialmente felici pur nella stravaganza della loro condizione sino a quando, una mattina, Mandira risponde assonnata al telefono. Le viene detto di accendere la televisione: le Torri Gemelle sono oramai un cumulo di macerie. E’ l’11 settembre 2001.
La vita inizia dunque ad essere difficile per i musulmani Khan. Mandira aveva aperto un negozio, in proprio, di parrucchiera ma i conti finiscono per essere drammaticamente in rosso. Dopo qualche tribolazione viene assunta in un nuovo negozio, malgrado il cognome che porta. I problemi dei Khan sembrano dunque rientrare per quanto sia in atto una forte discriminazione, negli Stati Uniti, nei confronti dei musulmani. Dopo qualche tempo, un caro amico dei Khan, Mark, deve andare a combattere in Afghanistan da cui non farà più ritorno. Reese, il figlio, è molto legato a Sam ma dopo la morte del padre inizia ad evitarlo sistematicamente. Sam chiede spiegazione di questo comportamento ma altri amici di Reese iniziano a picchiarlo selvaggiamente fino a calciargli una violenta pallonata sul petto che lo conduce, in fin di vita, in ospedale. Il tentativo, in extremis, di massaggio cardiaco non ha il successo sperato. Mandira è sopraffatta dal dolore. Vuole sapere chi è stato ad uccidere il figlio ma mancano prove, testimoni, qualunque elemento valido per rintracciare i colpevoli. Lei incolpa dunque Rizwan, in particolare il suo nome, per la tragica perdita del figlio. Rizwan si trova dunque costretto a lasciare il tetto coniugale e a vagare in America, sostentandosi con l’unico, eclettico mestiere che conosce: riparare quasi ogni cosa. Il suo vagare, tuttavia, non è fine a se stesso. Vuole incontrare il presidente Bush e dirgli: il mio nome è Khan (sono musulmano) ma non sono un terrorista! È quanto gli ha chiesto in ultimo, tra le lacrime (una richiesta evidentemente paradossale), Mandira. Lui partecipa ad una manifestazione di supporters di Bush ed inizia a declamare: il mio nome è Khan ma non sono un terrorista! La parola terrorista, tuttavia, fa scattare un allarme furibondo. Rizwan viene arrestato. In carcere viene torturato, gli chiedono di confessare i rapporti con alcuni indagati per terrorismo. Lui non ha nulla da dire se non: il mio nome è Khan ma non sono un terrorista! Due giovani giornalisti indiani lo avevano ripreso poco prima del suo arresto, mentre declamava la frase-leitmotiv del film. Riescono a coinvolgere la televisione e, con il supporto in carcere di una psichiatra che crede nella sua innocenza, Rizwan viene rilasciato. Diventa un personaggio pubblico e fa presto parlare ancora di sé per un suo intervento tempestivo in Georgia, in una comunità alluvionata per un violento uragano. Si trascina dietro la televisione che aveva seguito le sue disavventure con la giustizia americana e presto prende forma una catena di solidarietà. Molte persone raggiungono Rizwan in Georgia, finanche Mandira, per aiutare gli alluvionati. Lo raggiunge anche un estremista islamico. Questi accoltella l’eroe autistico che, prima del suo arresto, aveva tentato di avvertire l’FBI dopo aver ascoltato, in una moschea, un progetto bellicoso di un piccolo gruppo fondamentalista (essere riusciti a dimostrare quel tentativo di comunicare con l’FBI, da parte dei suoi sostenitori, è stato uno degli elementi vincenti per la sua scarcerazione).
Rizwan sopravvive alla coltellata e corona il suo sogno di essere ricevuto dal neo-eletto presidente Barack Obama che gli riconosce pubblicamente che lui si chiama Khan e non è un terrorista.

Venendo al mio personale giudizio sul film trovo che definirlo un polpettone sia ricorrere ad un facile cliché che colpisce, generalmente, Bollywood. Io trovo invece che, malgrado Bollywood pulluli di polpettoni, questo sia un film che ne alza notevolmente il livello (al contrario di altri film di Shahrukh Khan, l’attore principale ed autentica icona in India, come Om Shanti Om la cui colonna sonora mi ha ammorbato un intero inverno, in India, a cavallo tra il 2007 ed il 2008).
My name is Khan è un film drammatico e, tuttavia, potrei quasi definirlo leggero. Riesce, in altre parole, a tratteggiare gravi tragedie con l’intensità e, al contempo, una sorta di distacco di fondo di cui solo gli indiani, nella realtà, nel quotidiano, non (solo) nella fiction sanno essere capaci.
È un film che ha il coraggio di affondare il bisturi in una problematica tanto grave quanto delicata nella sua profonda contemporaneità: l’incontro/scontro di civiltà diverse, con tutto il portato culturale e religioso che ne consegue. Questa è un’altra grande questione in cui l’India può essere maestra, per la semplice ragione che è, da tempi lontani, un paese culturalmente e religiosamente plurale. Non solo, dove la pluralità religiosa e culturale è sempre stata, salvo alcune, drammatiche eccezioni, ragione di ricchezza più che di conflitto. È molto bello assistere alla pacifica convivenza di persone di religioni diverse qui in India, dove è del tutto normale passare di fronte ad un tempio hindu, cogliendone rapidamente la fragranza di incenso ed il suono ripetitivo delle campane della puja (celebrazione di offerta alla divinità) avendo ancora nelle orecchie l’echeggiare del muezzin o comprando le sigarette da un commerciante sikh, con inconfondibile turbante o, ancora, incontrando su un rickshaw una famiglia di tibetani, come mi è successo proprio oggi di ritorno dal cinema, a Varanasi, probabilmente venuti in pellegrinaggio a Sarnath, dove il Buddha fece il suo primo sermone e che oggi rappresenta una delle più importanti mete di pellegrinaggio buddista.
Noi italiani, tuttavia, si sa, siamo provinciali ed il nostro provincialismo ha i suoi automatismi: Bolliwood=polpettone, trascurando che My name is Khan ci offre, ad esempio, una prospettiva diversa dell’11 settembre, visto come tragedia per i musulmani oltre che per gli americani. È notorio, difatti, che i musulmani hanno subito gravi discriminazioni e persecuzioni a seguito dell’attentato alle Torri Gemelle. Musulmani che, naturalmente, non avevano nulla a che fare con Al Qaeda, malgrado esistano altri automatismi come musulmano=terrorista. Ed è proprio contro questo genere di drammatici automatismi che si pone, in maniera bella, poetica, intelligente, finanche coraggiosa il film di Karan Johar. Trovo difatti più che legittimo, da parte di un musulmano (come è lo stesso Shahrukh Khan), che non può non diventare il simbolo dei suoi correligionari, rivendicare la propria dignità ed il diritto ad essere trattato con lo stesso riguardo riservato a cittadini di altre religioni.
Del resto, il miglioramento della convivenza interreligiosa è una delle grandi sfide della globalizzazione, una sfida che sembra proprio stiamo avendo seria difficoltà ad affrontare in Italia. Pensando ad un futuro auspicabile per il nostro paese, vorrei innanzitutto non trovare più sui nostri giornali articoli come quello che lessi alcuni mesi fa, in cui un alto prelato sosteneva dovessimo ostacolare la creazione di moschee, per gli immigrati musulmani in Italia, per evitare che altri simboli del sacro si confondano con quelli della “vera religione”. Trovo sia una posizione, in primo luogo, del tutto fuori della storia perché volenti o nolenti avremo sempre più persone, di religione diversa, occupati sul nostro territorio (che hanno tutto il diritto di avere propri luoghi di culto). In secondo luogo, rivelatrice di una debolezza di fondo: quanta poca fiducia si deve avere, nella propria “vera religione”, per temere la concorrenza dei simboli di altre, erronee, religioni? In terzo luogo, una posizione barbaramente discriminatoria, foriera di odio interreligioso e, più semplicemente, interumano che può realmente contribuire a creare i presupposti per le peggiori, cruente degenerazioni. Che può essere benzina sul fuoco dello stesso terrorismo jihadista.
My name is Khan è dunque, a mio parere, un film da vedere ed assimilare, più che liquidare in poche frasi spocchiose. Le musiche sono molto coinvolgenti pur non trascinando il film sul terreno abusato del musical bolliwodiano, Mandira è molto bella e straordinariamente umana, Shahrukh Khan ha fatto del suo meglio per interpretare la parte di un autistico per quanto Dustin Hoffman, in Rain Man, sia stato probabilmente più capace ma questo non basta a squalificare il film di Johar. Vedetelo!

lunedì 22 febbraio 2010

Veganismo si, veganismo no!

Continuiamo il nostro percorso a ritroso nelle diverse scuole di alimentazione alternativa, in buona parte di matrice vegetariana. Dopo aver considerato i liquidariani, i fruttariani ed i crudisti, citando dal mio testo Vegetariani come, dove, perchè, consideriamo, oggi, alcuni aspetti del veganismo. Probabilmente molti dei lettori sapranno che i vegani (o vegetaliani) sono quei vegetariani radicali che rifiutano di assumere qualunque cibo di origine animale, anche nel caso non ne fosse prevista la soppressione fisica. I vegani, dunque, oltre ad astenersi da qualunque cibo carneo (includendo nella categoria anche pesci, crostacei, salumi eccetera), si astengono anche da latte, uova e derivati e miele.

Il Veganismo fa discutere più del vegetarismo.
Diversi tra i nutrizionisti “onnivori” che ho interpellato sono morbidi sulla dieta vegetariana, arrivando anche a prescriverla se reputano che le circostanze lo richiedano. Tendono invece a irrigidirsi sul veganismo, considerandolo un regime alimentare povero di proteine, vitamine e sali minerali.
Negli ambienti vegetariani, invece, il Veganismo è generalmente visto come l’obiettivo finale da raggiungere. Una sorta di apice etico-salutistico.
Analizzeremo due punti di vista. Quello di Piergiorgio Lucarini, membro per un lungo periodo del comitato scientifico dell'AVI (Associazione Vegetariana Italiana) e quello del più conosciuto Nico Valerio, scrittore scientifico e studioso di alimentazione, autore di diversi saggi sul cibo.
Valerio, ne L’alimentazione naturale non trascura un dato antropologico interessante:

sulla terra sono vissuti popoli e tribù che per brevi o lunghi periodi sono stati del tutto vegetaliani
[…]
Il Professor A. Brauchle cita, al riguardo, il resoconto sugli abitanti delle Isole Marianne, scoperte nel 1620 dagli spagnoli. Erano “vegetaliani” puri e si nutrivano soltanto di frutti e radici allo stato naturale, non conoscendo il fuoco. Eppure erano forti e in grado di trasportare sulle spalle fino a 250 chili. Le malattie erano assenti e la durata media della loro vita era nettamente superiore a quella europea di allora.


Riporta anche un’osservazione di Darwin su alcuni minatori cileni che vivevano di verdure e legumi: erano i lavoratori più forti che avesse mai conosciuto.
Valerio, vegetariano, sottolinea comunque che il regime veganiano debba essere oculato. E Lucarini si associa.
Sia Valerio che Lucarini sostengono che, nel caso dei vegan, la complementazione proteica vada seguita in modo rigoroso.
È molto importante, cioè, associare gli alimenti in maniera da esaltare al massimo il loro apporto nutritivo, specialmente di proteine.
In particolare vanno opportunamente accostati i cereali ai legumi e non vanno dimenticati i semi oleosi (mandorle, noci, nocciole).
I piatti abituali dei vegan dovrebbero essere, ad esempio, riso -integrale- e lenticchie o pasta -integrale- e ceci.
Massima attenzione, poi, per i bambini.
Un bambino molto piccolo, nel caso del Veganismo, tende ad essere più esposto di un adulto perché il suo apparato digerente è più delicato (per non parlare del suo sistema immunitario e delle sue necessità di crescita).
Si trova quindi in difficoltà ad assumere molti semi oleosi o a mangiare quotidianamente abbondanti razioni di fiocchi d’avena crudi (facendo, per esempio, colazione con il muesli) che potrebbero garantire l’apporto corretto di vitamina B12.
Lucarini, pur essendo un “aspirante vegan”, mi ha detto di non essere d’accordo sul fatto che bambini piccoli possano essere vegan assoluti. A suo parere avrebbero bisogno quantomeno del formaggio.
Il Veganismo degli adulti è invece ritenuto dallo stesso Lucarini “una cosa ottima da ogni punto di vista”. Come medico sostiene inoltre che “per curare patologie importanti -gastriche, intestinali, epatiche, circolatorie- essere vegani, fino a sei mesi, può essere una cosa intelligentissima e molto valida”.
Riguardo le carenze di calcio ritiene che possano essere per lo più legate ad un eccesso di zuccheri (che demineralizzano le ossa) e ad uno scarso movimento.
Non ad una dieta vegan equilibrata, in cui devono essere comunque adeguatamente presenti cereali integrali e legumi. Ad essi, scrive Valerio, è anche bene aggiungere germe di grano, germogli, alghe, semi di girasole e soia fermentata.
Da un punto di vista gastronomico, scrive sempre Valerio, il latte ed i suoi derivati possono essere sostituiti con latte di soia e mandorle, seitan e Toufu.
Da un punto di vista etico il rigore dei vegan, negli ambienti vegetariani, se da un lato è visto con particolare ammirazione, dall’altro viene considerato un purismo di cui si può anche fare a meno. A questo proposito viene citato Gandhi, come molti sapranno rigorosamente vegetariano e tuttavia padrone di una capretta di cui beveva il latte.
I vegan sono contrari ad ogni forma di sfruttamento animale. Ai loro occhi, dunque, lo stesso beneamato Gandhi, che ogni volta per poco non ci stramazzava con i feroci digiuni cui si sottoponeva, avrebbe derubato quella povera bestia del suo prezioso nettare.
In risposta a questo trovo ragionevoli le argomentazioni di quei vegetariani che sostengono che la gallina allevata nell’aia o la capretta sul fazzoletto di terra cui si prendono le uova o il latte non vengono in realtà barbaramente sfruttate. Vengono allevate, cioè nutrite, curate. In cambio loro forniscono prodotti che non ne richiedono la soppressione fisica. Più che di univoco sfruttamento si può parlare, in questi casi, di mutualismo, di do ut des.
Va però anche detto che i metodi odierni per ottenere il latte e le uova non sono quelli dei contadini di ieri.
La produzione industriale di latte e uova non prevede difatti, tra le sue priorità, il rispetto degli animali fornitori.
Nel caso del latte, poi, la produzione è sincronizzata con quella della carne.
Il vitellino cui sarebbe destinato presumo non venga venduto ai bambini come animale da compagnia e, difatti, i giainisti tendono oggi al veganismo proprio perché la produzione intensiva di latte e uova è fonte di sofferenza per gli animali tanto quanto quella della carne, cui del resto generalmente si accompagna.
Voglio invece sfatare un mito tutto specifico dei vegan secondo cui il miele viene ottenuto tramite un furto ai danni delle api.
Poteva essere vero quando le api non erano domestiche e ci si avventurava a rubare i favi sugli alberi. Oggi non è più così. Lo dico per esperienza, avendo fatto io stesso una minima gavetta come apicoltore.
Il rapporto che si instaura con le api “da allevamento” è lo stesso che si instaura con la gallina o la capretta di famiglia. È una forma di mutualismo.
L’apicoltore, durante l’anno, segue le api, le cura (i parassiti delle api, la Varroa e la Peste americana fanno strage negli alveari) e, alla bisogna, le rifornisce di miele.
Giunta la stagione della raccolta (da Maggio-Giugno a Settembre) si appropria solo del surplus del miele prodotto, di quello cioè raccolto nel melario, la sezione superiore dell’arnia.
I laboriosi insetti non vengono dunque privati del nettare della sopravvivenza, raccolto invece all’interno dell’arnia. Del surplus non saprebbero veramente cosa farsene, dato che non sono stati ancora contagiati dall’umana logica del profitto.
Chi fa l’apicoltore da anni può tranquillamente visitare i propri alveari senza la maschera protettiva, i guanti e la tuta.
Le api, difatti, lo riconosceranno e non lo attaccheranno.
Esistono del resto numerosi casi di apicoltori che si esibiscono con centinaia di api sul viso e sul corpo, spesso ripresi in servizi televisivi e fotografici.
Esse non nutrono risentimento alcuno per coloro che le allevano, ovvero le nutrono e le curano quando le circostanze lo richiedono.
In conclusione Lucarini ha fatto cenno, nel corso della mia intervista, ai “pericoli psicologici” di scelte particolarmente rigorose, da un punto di vista etico, come quella del Veganismo.
Ritiene, difatti, che tali scelte possano presentare, a volte, delle “derive assolutistiche”.
Il classico atteggiamento di chi pensa di avere la verità tutta dalla sua parte.
In questo caso possono insorgere pericoli di chiusura nei confronti degli altri, autismo, antisocialità.
Alcuni Vegan, poi, corrono anche il rischio di disfarsi le unghie a furia di grattarsi.
Ritengono non sia giusto uccidere neanche le zanzare.

venerdì 19 febbraio 2010

Da Dance the Life ad Eco-House.

Mi è stata appena comunicata la "metamorfosi" di un'esperienza comunitaria in Sicilia. Io l'avevo presentata, a suo tempo, su questo bollettino. Oggi propongo la stessa presentazione con le rettifiche (a partire dal nome) suggerite da coloro che la stanno vivendo.

La Sicilia, naturalisticamente parlando, è una terra di straordinaria bellezza e questo non può non stimolare la creazione di realtà comunitarie.
Tuttavia, è una dimensione, a livello politico-sociale, un po’ penalizzata rispetto a regioni come l’Umbria o la Toscana.
Ciò non toglie che esperienze significative vi abbiano trovato cittadinanza.
È stato il caso della storica comune di Piazza Armerina, in provincia di Enna, portata avanti per anni da Piero Naselli, discepolo di Bernardino Del Boca (il fondatore del Villaggio Verde, in Piemonte).
A Lenzi, in provincia di Trapani, è stata celebre — ed in parte lo è ancora oggi — l’esperienza della comunità di recupero Saman, fondata da Mauro Rostagno che purtroppo ha pagato molto duramente la realizzazione del suo sogno (venne difatti ucciso il 26 settembre 1988 sulla strada che porta alla comunità. Con buona probabilità l’omicidio è da imputare alla mafia. A chiunque volesse approfondire posso segnalare il testo di Sergio Di Cori Delitto Rostagno un teste accusa, Re Nudo edizioni s.r.l. Macro Edizioni, Siena, 1997).
Avvicinandoci ai giorni nostri, da circa 9 anni è stato fondato, in provincia di Siracusa, un piccolo ecovillaggio su un altipiano dei Monti Iblei, in un’area selvaggia a pochi chilometri dal mare.
Due valori portanti di questo esperimento — che prende il nome di Eco-House — sono la diffusione del volontariato ed il rispetto per ogni forma di vita.
La dieta quindi è rigorosamente vegetariana, tendenzialmente vegan.
Viene inoltre particolarmente valorizzata l’organizzazione di campi internazionali estivi di volontariato, nel cui indotto finiscono anche molti proventi di altre iniziative (cene, conferenze, seminari, concerti, ecc…).
I membri dell'Eco-House hanno una propria dimensione professionale autonoma. Sono inoltre abbastanza “mobili”, con una vocazione internazionalista e cosmopolita per cui non sempre sono reperibili in loco.
L’Eco-House è circondata da quasi un ettaro di terreno, ricicla l’acqua, non usa sostanze nocive per l’ambiente, pratica il riuso delle risorse, il car-sharing ed il baratto.
Produce olio, carrube, mandorle, pane e dolci di pasticceria naturale per il finanziamento delle attività di volontariato ambientale.
Propone un’accoglienza ecologicamente sostenibile, etica e solidale: tutti i contributi per l’ospitalità e le attività svolte permettono la manutenzione della sede e finanziano progetti di solidarietà a favore dei bambini con la Street Children Onlus in Italia e nel mondo.
L’Eco-House e tutte le attività correlate vengono organizzate e gestite da volontari; in alcuni periodi dell’anno si scambia l’ospitalità con lavori di manutenzione per la sede e per il giardino.
Infine, le persone coinvolte nell’esperienza dell’Eco-House (aderente alla rete GAS — Gruppi di Acquisto Solidale —) gestiscono un Gruppo di Acquisto Solidale Vegetariano, acquistando prodotti freschi dai piccoli coltivatori locali e preferendo alimenti non trattati e biologici.

Eco-house
Contrada Cugni, Noto (Siracusa).
Tel 392/6225084
E Mail ecohouse.news@gmail.com
Sito Internet http://ecohouse.splinder.com

giovedì 18 febbraio 2010

Storia del fenomeno comunitario: vita nelle comuni, tra antifamilismo e protoecologia.

Il fenomeno delle comuni, in Italia, inizia ad avere una buona consistenza agli albori degli anni ‘70.
È figlio, come abbiamo visto, di una cultura beat di importazione ma anche della “nuova stagione comunitaria americana” — soprattutto di matrice hippy e libertaria — cominciata nella seconda metà degli anni ’60.
Le nuove comuni, in America, sono piuttosto diverse dalle precedenti comunità, che si svilupparono, come abbiamo visto, tra la fine del Settecento e la seconda metà dell’Ottocento.
Donata e Grazia Francescato, in un testo del 1975, Famiglie aperte: la comune, analizzano le differenze:

«Le comunità dell’800 sono utopistiche, si pongono cioè per definizione come modelli per il resto della società: il loro accento è sul sociale. Le comuni di oggi […] hanno scopi più limitati, hanno fatto tabula rasa delle visioni grandiose ― percorse da una profonda fede nel futuro — che animavano le comunità del passato. Il concetto tradizionale di “salvezza” è stato barattato con quello più modesto di “crescita personale”, la retorica religiosa o politica ha ceduto il passo a quella psicologica.
Tale nuova e più limitata dimensione del movimento odierno rispetto a quello ottocentesco è riscontrabile anche nella struttura fisica delle comuni: quelle dell’800 erano comunità piuttosto ampie, con centinaia di membri di tutte le età, quelle di oggi sono gruppi spesso limitati ad una decina di membri, nella maggioranza giovani o giovanissimi
». (Donata e Grazia Francescato, Famiglie aperte: la comune, Feltrinelli, Milano, 1975, p. 43)

Il movimento di liberazione della donna ed il nascente movimento ecologico contribuiscono, notevolmente, al consolidarsi di questa nuova stagione comunitaria. L’istituzione famiglia, in ambito femminista (soprattutto, stando a quanto scrivono le sorelle Francescato, presso alcune correnti del femminismo americano), viene questionata come spazio di inferiorizzazione e vessazione, quotidiana, della donna mentre la comune viene identificata come interessante alternativa possibile.
Di conseguenza, anche le comuni italiane degli anni ’70 nascono come strutture alternative alla dimensione familiare classica e come laboratori in cui questa possa essere, in vari modi, disarticolata.
Di qui uno dei motivi originari della valorizzazione della “promiscuità”, anche sull’onda di attente letture dei testi di Wilhelm Reich, Jean Paul Sartre e Simon de Beauvoir, particolarmente in voga in quegli anni.
Lungo gli anni ‘70 gli esperimenti comunitari si moltiplicano; dalle spontaneistiche case aperte, pronte ad ospitare chiunque ne faccia richiesta alle più o meno strutturate “comuni urbane”, fino alle comuni rurali, sperimentazioni ancora più radicali, figlie di un’istanza esplicitamente separatista e proto-ecologica.
L’ostilità verso la città, nell’analisi delle sorelle Francescato, era un elemento particolarmente caro agli hippies, assieme al rifiuto del sistema ed alla diffidenza nei confronti della tecnologia.
Un esperimento di comune rurale che ha fatto storia, in Italia, è quello della comune di Ovada, sulle colline del Monferrato, in Piemonte.
Nell’inverno del 1970, un gruppo di ragazzi si accampa vicino ad alcuni edifici abbandonati, nella campagna limitrofa e, in breve, fraternizzano con i contadini autoctoni, facendosi confidare molti segreti della terra.
In poco tempo, aumentano le persone che decidono di lanciarsi nella temeraria avventura esistenziale.
Aumentano anche le visite e, di conseguenza, le difficoltà a convivere.
I piatti, però, si lavano poeticamente al fiume e la sera si fa baldoria insieme, con armoniche, chitarre e flauti.
Ci sono dunque buoni requisiti per andare avanti.
Valerio Diotto, uno dei beautiful loosers del testo di Matteo Guarnaccia Underground italiana ha raccontato di Ovada in modo così ammaliante che non posso non citarlo:

«Incontrai uno spagnolo osservatore di dischi volanti, che mi invitò ad andare alla comune di Ovada. Il giorno dopo rimediai due motorini e partimmo.
[…]
Arrivammo di notte su una strada sterrata che si perdeva nel bosco. C’era buio totale, a parte lo sfavillio di qualche candela e poi abbiamo iniziato a sentire della musica.
[La comune] non era costituita da una sola casa, ma si estendeva su un’area molto grande su cui si trovavano diverse case.
[…]
Le giornate passavano nella meraviglia, era estate e lì vicino scorreva un fiume che creava delle pozze tra dei macigni, inutile dire che eravamo sempre nudi. Cucinavamo mele cotte sul fuoco della stufa e la notte ci addormentavamo fra nenie e bonghi alla luce delle candele.
[…]
Conobbi l’amore delle ragazze e le sue conseguenze (dolorose gonorree) ebbi avventure (fui caricato dalla mucca in calore) vagai solo nel bosco in acido, percependo la presenza quasi insostenibile di tutte le creature animali e vegetali, sentendo scorrere in loro la vita, la stessa che pulsava dentro di me e tutto questo non mi faceva alcuna paura
». (Matteo Guarnaccia, Underground italiana, Malatempora, Roma, pp. 106-108)

Ad Ovada arrivano hippies da tutta Europa. I meno sociali si ritirano nelle case più a monte ma la repressione non si fa attendere a lungo.
Iniziano le retate. Si procede a singhiozzo per un po’; la comune viene sgomberata e rioccupata più volte fino a che, in Settembre, l’esperienza giunge al capolinea.

Per una introduzione generale alla storia del pensiero comunitario ed altri articoli di approfondimento, clicca qui!

mercoledì 17 febbraio 2010

Itinerari Tamil, parte seconda.

Per la prima parte cliccare qui!

Arriviamo intorno alle 11.00 di mattina. Un cancello un po’ meno imponente di quello della nottata di party si apre ad accogliere il SUV.
In terra una donna emaciata, con una vestaglia logora indosso, ci offre un’accoglienza senz’altro meno formale di quella dei portieri.
Parcheggiamo ed entriamo in un grande edificio. Ci accoglie un ragazzo inglese, magro, la barba un po’ incolta, il colorito giallognolo.
Siamo presto in una piccola cappella, con poche panche dinanzi ad un altare ed un modesto presepe in un angolo.
«Father T. arriverà tra breve!», ci dice il ragazzo.
Sentiamo un calpestio dalle vicine scale. Le sorelle malesi della serata precedente ― con sottofondo di musica lirica a sottolineare un’atmosfera tardo-coloniale — sono arrivate prima di noi. Ci salutiamo un po’ affettati e cerimoniosi. Ci spostiamo tutti in un piccolo soggiorno, con poltrone comode e sprofondose. Arriva, poco dopo, Father T. Gli occhi gli ridono radiosi, nel vederci. N. mi presenta in maniera eccessivamente enfatica. Father T. è contento di conoscermi e mi resterà affianco per buona parte della mattinata.
Inizia la visita all’ospizio. Ospita oltre 300 pazienti. Persone di età diverse, portate lì in condizioni generalmente disperate, in stracci pieni di merda. «Il 35% dei nostri pazienti non ha il controllo degli intestini», mi dice Father T. con distaccata professionalità, compiacendosi, tra le righe, del suo eroismo cattolico militante, «dunque il nostro personale deve essere costantemente attivo, costantemente pronto a pulire e disinfettare». Percorriamo un lungo corridoio. Siamo nella sezione maschile. Separati da bassi muretti, possiamo vedere le camerate. Ospiteranno 50-60 letti ciascuna. Letti di ferro; archetipi di letto da ospizio. Sui materassi ci sono vecchie coperte grigie e sopra siedono o semplicemente giacciono persone con sguardi persi, che non hanno più nemmeno la forza della disperazione. Non mancano pazienti abbastanza giovani. Uno di questi, nel vederci oltre il basso muretto, recupera un paio di grucce e si alza in piedi poggiando, scalzo, su di una gamba sola. Altri pazienti, giovani o, più spesso, che hanno superato la cinquantina, hanno bende sugli arti ed altri ancora tossiscono sotto le coperte impolverate. Nell’aria è ineludibile un penetrante odore di disinfettante. Usciamo in un giardino tenuto, probabilmente, da buoni giardinieri. Uomini e donne, anziani e meno anziani, siedono in terra. Siedono e basta, senza più parole né emozioni da esprimere. Non sembra aspettino nulla, nemmeno la morte! Qualcuno defeca pubblicamente. Una donna mi colpisce per la grave magrezza. Ha le braccia e le gambe filiformi e la testa ridotta quasi ad un teschio.
Come visita di inaugurazione del nuovo anno non c’è davvero male! Alcuni sproloquiano, gesticolano chiusi in un loro vuoto delirio. Sono pazzi!
Father T. continua placido, sornione, la descrizione di quell’inferno, dopo avermi scelto come interlocutore prediletto.
«Alcuni arrivano qui con disturbi psichici, dalla semplice depressione a disturbi via via più gravi; noi accettiamo tutti tranne gli schizofrenici. Per loro c’è bisogno di altro genere di strutture. Le persone disturbate mentalmente sono un valido aiuto per l’ospizio. Quando tornano un po’ in sé possono lavorare, dare il proprio supporto per gli altri pazienti; c’è una cronica assenza di personale qui!».
Mi sorge spontanea la domanda: «qualcuno viene dimesso da questo posto? Può ritornare ad avere una vita “normale”?».
Father T. è vagamente evasivo ma arriva poco dopo a dirmi: «i nostri pazienti debbono accettare che resteranno qui per tutta la vita!».
Capisco, insomma, l’antifona; chi varca il cancello dell’ospizio deve lasciar fuori qualunque speranza. Resterà in ospizio, se non come paziente, come assistente.
Il problema non si pone, naturalmente, con i pazienti più anziani o molto malati. Per loro c’è una bella struttura in cemento armato con molti loculi. Father T. me la descrive come l’ultimo ritrovato del genio umano: «noi abbiamo 20 e più decessi al mese. A Dicembre sono mancati 27 pazienti. Come vedi, questa struttura (un parallelepipedo alto 4-5 metri e lungo tra i 15 ed i 20) è sotto il sole. Noi mettiamo i cadaveri nei loculi e li sigilliamo con il cemento. Il processo di decomposizione è dunque molto rapido. Dopo circa un mese, del cadavere non resta più nulla. All’interno il loculo è leggermente inclinato, con il caldo ed il forte tasso di umidità il corpo, decomponendosi, scivola in un buco predisposto in fondo, trascinandosi tutte le ossa e finendo, direttamente, sotto terra. Dopo circa 6 mesi il loculo è nuovamente utilizzabile per un nuovo cadavere».
Naturalmente i loculi, essendo di volta in volta riciclati, non recano il nome di alcun defunto. Del resto, è probabile che molti pazienti non abbiano nemmeno documenti.
Arrivano la coppia di olandesi della sera precedente con le mani unite nel saluto dell’anjali: «Father T., happy new year!». La donna inizierà, nei suoi bianchi pantaloni ad un tempo casual ed eleganti, un pacato birignao con il prete. Hanno, naturalmente, una busta di fondi ed altri soldi sono arrivati, tramite il polacco, dal Rotary Club.
Mentre camminiamo sorprendo un ragazzo giovane, forse più giovane di me, i tratti somatici vagamente mongolidi, sotto un albero, sopraffatto da un’inconsolabile tristezza. Anche di lui credo di poter dire che non abbia più nemmeno la forza della disperazione. Non mostra tracce di problemi fisici. Penso possa essere uno di quelli che debbono rassegnarsi a trascorrere lì tutta la vita. Continuiamo a passeggiare in giardino. Ci sono belle piante ma quel che più mi colpisce ed angoscia è l’alto muro di cinta. Mi chiedo quanto possa essere agevole scappare da un posto del genere.
Poco dopo è pronto in tavola. Nel frattempo è arrivato anche Gabriele che si era perso non so dove, la sera prima.
Prima di mangiare Father T. recita la sua preghiera, accennando ai 300 pazienti del suo ospizio come ad altrettante espressioni di Gesù sofferente sulla croce. Commento con Gabriele quanto questo genere di posti siano l’espressione di una sconfitta cocente per il genere umano. Una società dovrebbe essere organizzata in modo tale da prevenire l’abbandono di interi strati di popolazione a se stessi. Non dovrebbe esserci analfabetismo (ancora al 35% in India), né una povertà degradante che non può non innestare spirali depressive. Dovrebbero esserci condizioni di lavoro un minimo sicure per evitare che gli infortuni si traducano in mutilazioni e, di conseguenza (nella quasi generale assenza di qualunque forma di indennizzo o assistenza), in emarginazione e mendicità. Dovrebbe esserci una elementare assistenza sanitaria pubblica per evitare il cronicizzarsi di malattie nella maggior parte dei casi curabili ed i più deboli socialmente (oltre il 30% delle persone, in India, vive ancora sotto la soglia critica della povertà, con meno di un dollaro al giorno, malgrado il PIL del paese cresca all'incirca del 7% ogni anno) non dovrebbero essere costretti a vivere, abbrutirsi, ammalarsi ed impazzire in strada. Non è possibile abolire la vecchiaia, né malattie degenerative ma non ci si può nemmeno mettere l’anima in pace perché, estrema ratio, esistono posti orrendi come quello di Father T. Il tutto con la benedizione ed il sostegno economico di una macroscopica lobby di potere che da secoli acquisisce prestigio perché conforta i poveri, gli ultimi ed i dimenticati. Poveri, ultimi e dimenticati di cui potremmo fare volentieri a meno. Pretendere condizioni umane di vita per tutti: quella dovrebbe essere la vera battaglia di civiltà di tutte le chiese! Ma che ne parliamo a fare?!
Concludiamo la nostra visita da Father T. nel suo ufficio. Ci dà un pacco di volantini a testa. La foto su ciascun volantino è raccapricciante: un ragazzo indiano che mostra quel che resta di una mano completamente necrotizzata, con alcune ossa ed ossicine in evidenza. Non posso non pensare di trovarmi di fronte ad una sorta di perverso culto della sofferenza. Una perversione tutta cristiana!
Torneremo da Father T., piuttosto di corsa, un paio di giorni dopo. Lui mi risequestra per qualche minuto. Mi guarda con i suoi occhi radiosi: «quando pensi di venire a stare qualche giorno qui a fare un po’ di volontariato?».
«Questo non te lo posso promettere, Father», gli rispondo con prontezza e noto che il suo viso, da che mi fissava radioso, si è improvvisamente oscurato. Assume un’espressione difficile da descrivere. Gli occhi fissano il nulla ed il viso, accusando la sorpresa, reca senz’altro un’ombra di ferocia, sull’onda di un grave risentimento. «Father T. è abituato ad essere venerato» mi dice in seguito Gabriele che ha invece voluto mettersi in gioco come volontario, «lui si aspettava che tu fossi entusiasta di stare lì qualche giorno, di solito la gente risponde: ma certo Father, è un onore per me!».
Non dimenticherò quell’espressione primordiale ma lì per lì mi limito a registrarla di sfuggita, dare a Father T. una pacca sulla spalla e raggiungere, di filato, il SUV per poter, almeno io, lasciarmi alle spalle quell’inferno!

Gli itinerari tamil sono appena all’inizio (ed i reports non saranno, naturalmente, così crudi; pensavo fosse necessario condividere qualche istantanea di un'India meno stereotipata e più drammaticamente vera). Seguiranno altri post. Restate connessi!

martedì 16 febbraio 2010

Volontariato in Sri Lanka con Sarvodaya

Segue una breve presentazione di Sarvodaya Shramadana e delle sue proposte di accoglienza per volontari da tutto il mondo. Chiunque fosse interessato può contattare direttamente l’organizzazione o anche viverealtrimenti che, come accennato nel post precedente, vi collabora da diversi mesi.

Sarvodaya Shramadana è la più importante organizzazione di base, in Sri Lanka, per lo sviluppo — dal basso ― del paese. È attiva in oltre 15000 villaggi, rappresentando un cruciale vettore di progetti di sviluppo.
Sarvodaya Shramadana è, allo stesso tempo, un movimento, aderente da diversi anni al GEN (Global Ecovillage Network) che integra i principi buddisti con la filosofia e metodologia gandhiane ed è aperto a persone di ogni appartenenza etnica e religiosa. La traduzione letterale di Sarvodaya Shramadana è “condivisione di lavoro, conoscenza e risorse per il risveglio di tutti”. Sarvodaya è stata fondata nel 1958 dal Dr. A.T. Ariyaratne, docente in un istituto buddista.
Il principio fondamentale che muove l’organizzazione è che lo sviluppo inizia con l’individuo, il quale è in un rapporto di interdipendenza con la famiglia, il villaggio, la nazione, il mondo. Di conseguenza, la maggior parte del lavoro di Sarvodaya si svolge a contatto con gli individui, nel loro “spazio vitale”. Essendo lo Sri Lanka un paese ancora, fondamentalmente, rurale, il villaggio è il luogo principalmente deputato alle attività del movimento. Queste spaziano dall’educazione pre-scolare — attraverso la creazione di asili, gratuiti, di villaggio ― ad iniziative di pace ed a favore delle donne, dalla basilare tutela della salute di tutti — a mezzo di piccoli ambulatori, gratuiti, locali ― al microcredito — attraverso una rete di piccole banche ― e ad iniziative di sviluppo e di tutela ambientale.

La sezione internazionale
La sezione internazionale di Sarvodaya promuove iniziative per il beneficio reciproco di volontari di provenienza internazionale e la stessa organizzazione srilankese.
Sarvodaya accoglie dunque, con piacere, studenti, ricercatori, visitatori, gruppi di studio offrendo “programmi personalizzati”, a misura degli interessi dei partecipanti (che possono, ad esempio, lavorare con i bambini in una free school o partecipare a programmi di sviluppo tecnologico in un villaggio o di tutela ambientale e via dicendo)
Dopo una presentazione introduttiva dell’organizzazione nella sua sede centrale di Moratuwa, poco distante da Colombo, Sarvodaya offre l’opportunità di trascorrere da una a quattro settimane in visite organizzate sul campo e, parallelamente, di poter visitare posti di interesse storico e culturale nel paese.
Un programma-tipo prevede una permanenza in un villaggio e la partecipazione ad attività finalizzate alla soddisfazione di alcuni bisogni della comunità ospite.
In alternativa, alcuni volontari possono stare in un distretto dell’organizzazione (ce ne sono più di trenta nel paese), ottima base per visitare alcune località di interesse storico o culturale oppure dare il loro aiuto nella sede centrale. I visitatori possono scegliere liberamente tra le opzioni proposte, potendole anche sposare tutte, in momenti diversi della loro permanenza.
La sezione internazionale può anche ospitare ricercatori e studenti universitari che vogliano approfondire i progetti cui sta lavorando Sarvodaya senza prendersi impegni precisi.

Riassumendo, la sezione internazionale di Sarvodaya promuove:

-Itinerari in alcuni dei villaggi coinvolti nelle sue attività;
-Campi di lavoro internazionali con condivisione di conoscenza e risorse;
-Iniziative volte ad approfondire le realtà della vita srilankese acquisendo una conoscenza di prima mano della pluralità culturale del paese;
-L’incontro ed il consolidamento di relazioni autentiche tra le comunità srilankesi e persone di tutto il mondo.

Sarvodaya offre dunque un’opportunità per esplorare lo Sri Lanka ed approfondire la filosofia e le prassi di un’organizzazione impegnata nell’ambito dello sviluppo sostenibile.
Chiunque fosse interessato come visitatore, studente, volontario o potenziale collaboratore può utilizzare i seguenti recapiti:

International Division-Sarvodaya Headquarters
98, Rawathawatte Road, Moratuwa, Sri Lanka.
E mail sarvishva@itmin.net
Tel +94112655419
Web site sarvodayashramadana.blogspot.com

lunedì 15 febbraio 2010

Le iniziative di Sarvodaya sul sito del GEN.

Probabilmente i lettori che seguono Viverealtrimenti con una certa assiduita’ sanno che è in essere una collaborazione con Sarvodaya, la più importante organizzazione di base in Sri Lanka che è, al contempo, un fiore all’occhiello del GEN (Global Ecovillage Network).
Sarvodaya rappresenta difatti un network che coinvolge circa 15000 villaggi nel paese, promuovendo uno stile di vita comunitario (in comunità tradizionali) ispirandosi agli ideali di Gandhi e Vinoba, senza tuttavia trascurare la sua matrice fondamentalmente buddista. Ho vissuto nel quartier generale di Sarvodaya, poco distante da Colombo, per quasi 3 mesi, curando le pubbliche relazioni per l’organizzazione e creando e gestendo un blog, in inglese, per divulgarne le notizie.
Oggi ho il piacere di condividere che le iniziative dell’Unità Internazionale di Sarvodaya sono presentate nella Home Page del sito del GEN tra le Ecovillages News. Spero davvero che questo contribuisca ad aumentare il flusso di volontari internazionali verso l’organizzazione che sta vivendo, in questo momento, un periodo critico. Sino ad oggi, difatti, Sarvodaya ha beneficiato di donazioni da parte di organismi internazionali ed altre ONG. È giunto tuttavia il momento, per Sarvodaya, di essere maggiormente indipendente in quanto i fondi di supporto vengono oggi veicolati verso paesi considerati più bisognosi, laddove lo Sri Lanka, con una situazione politica che sembra sia sulla strada di stabilizzarsi ed una cauta ripresa economica, viene considerato un paese che può procedere sulle sue gambe.
È dunque necessario che Sarvodaya sia in grado di inaugurare una fase maggiormente imprenditoriale. Le risorse non mancano. Quello che io ed altri supporters abbiamo invece notato essere carente è uno spirito svincolato da logiche assistenziali. Il passaggio non è dunque dei più semplici e richiederà tempo. In questi giorni, tuttavia, con una sua generosa presenza nella Home Page del GEN, qualcosa di positivo può già iniziare ad accadere.
All the best, dunque, per Sarvodaya!

domenica 14 febbraio 2010

Luna Nuova --- Sabato 13 febbraio 2010 --- da Ajahn Munindo

Non atteggiarti a falsa umiltà.
Segui con fermezza la tua meta.
La pratica diligente
porta all'appagamento
sia nel presente che nel futuro.


Dhammapada strofa 168

L’umiltà autentica fa sì che quando abbiamo bisogno di un piccolo
consiglio saggio siamo disposti e capaci di ascoltarlo. Questo
significa che se perdiamo la strada, non reagiamo opponendo resistenza
alla verità quando ci viene mostrata. I nostri insegnanti e gli amici
di Dhamma ci ricordano quello che ci ha motivato a intraprendere
questo viaggio. Forse è stata un’esperienza che ci ha cambiato la vita
e in qualche modo avevamo bisogno di darle un senso. O forse la fede
ci ha ispirato a cercare una comprensione che avevamo fiducia di poter
raggiungere, là, da qualche parte, nel futuro. Con l’approfondirsi
della nostra pratica, la meta della chiara visione ci spinge a
osservare più accuratamente; anziché cercare di essere qualcosa o
qualcuno che non siamo, scopriamo di essere capaci di accedere più
pienamente alla realtà che è sempre presente, ora. Questo mutamento ci
rende molto più accurati nelle azioni del corpo, della parola, della
mente. In tale accuratezza troviamo appagamento. La falsa contentezza
viene dal compiacimento ed è completamente diversa da quella che nasce
dalla saggia riflessione. La contentezza consapevole e la vera umiltà
portano alla visione profonda.

Bhikkhu Munindo

(Ringraziamenti a Chandra per la traduzione)

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Santacittarama
Monastero Buddhista
02030 Frasso Sabino (RI) Italy

Tel: (+39) 0765 872 186
(durante il ritiro invernale rispondiamo solo fra le 7:30-8:30 di
mattina)
Fax: (+39) 06 233 238 629

sangha@santacittarama.org
(alternativa): santa_news@libero.it

www.santacittarama.org
www.forestsangha.org (portal to wider community of monasteries)
www.fsnewsletter (newsletter in English)
www.dhammatalks.org.uk (audio files)

sabato 13 febbraio 2010

Bal Ashram, newsletter Febbraio 2010.

Cari amici,
finalmente dopo temperature rigide e fitte nebbie è tornato a splendere il sole.
Grazie alle giornate serene, Giuseppe, amico di Milano che lavora in teatro e televisione, ha trovato la situazione ideale per la realizzazione del suo progetto: un cortometraggio sull'ambiente con protagonisti i bambini del Bal Ashram.
Nell'arco di due settimane i piccoli attori hanno avuto un assaggio delle varie fasi di creazione di un film: sceneggiatura, assegnazione delle parti, recitazione e riprese.
Il tema scelto - “come posso contribuire a salvare la natura”- è stato un banco di prova per valutare quanto i bambini hanno fino ad ora compreso ed interiorizzato l'argomento.
Il progetto è partito con la visione di un documentario proposto da Giuseppe, The age of stupid, a cui ha fato seguito una discussione con stesura della storia.
La storia narra di un gruppo di bambini che vivono in un futuro immerso nel verde ed in una natura incontaminata. Un giorno il vecchio saggio gli comunica che devono tornare nel passato per insegnare agli uomini come prendersi cura dell'ambiente.
Cantando lo shanti path (il mantra della pace)riescono a viaggiare nel tempo. Arrivati nell'anno 2010 chiedono udienza al presidente dell'India per comunicargli come sia necessario modificare il rapporto uomo-natura se si vuole avere un futuro di pace ed armonia come quello in cui loro vivono.
I bambini, invitano il presidente ad andare nel loro mondo per mostrargli come le piccole azioni fanno la differenza: chiudere l'acqua quando ci si lava i denti, spegnere la luce quando si esce, non gettare i rifiuti per la strada, usare meno plastica.
Le riprese nel mondo del futuro sono state girate nella terra dell'eco-park dove l'impegno giornaliero permette al nostro presente di mettere le radici per un futuro “verde” come quello che raccontano i bimbi nel film.

Tutti lavorano per portare a termine la costruzione del goshala, una struttura che ospiterà 10 giovani mucche.
Non appena la loro casa sarà pronta la prima mucca a trasferirsi sarà Lakshmi che è ora qui con noi all'ashram in attesa di partorire a breve; seguirà quindi l'acquisto delle altre nove. La spesa completa solo per le mucche sarà di Euro 6.500 (una buona mucca da latte costa 650 Euro).
Uno degli obbiettivi di questo progetto è di divenire autosufficienti per quel che riguarda latte, verdure e gas (bio-gas) dimezzando così i costi sempre più alti dei beni primari e cominciando ad avere delle entrate al fine di non dipendere in toto dalle donazioni.
Infatti, una volta soddisfatti i bisogni dell'ashram, prevediamo di avere un punto vendita di latte e verdure biologiche.
L'area del goshala prevede oltre alla struttura con le mangiatoie, uno spazio dove le mucche possano “gironzolare”. Qui nella foto il perimetro scavato per le fondamenta. Stiamo utilizzando mattoni riciclati; il tetto sarà ricoperto di bambù e piante rampicanti.
Il prof. Saket Kushwaha, esperto di economia agricola dell'Istituto di Scienze Agricole della B.H.U. (Banaras Hindu University) sta contribuendo con le sue conoscenze alla realizzazione dell'eco-park. Dopo aver incontrato Babaji è rimasto così ispirato dalle sue idee che ha messo a disposizione studenti e staff del dipartimento.
Lui ci ha donato due splendidi cuccioli di alano che una volta cresciuti saranno i “guardiani” dell'eco park, Hira (diamante) e Moti (perla).
Nel giardino della scuola sono appena stati ultimati i lavori per la realizzazione del nuovo pozzo per l'acqua, profondo ben 350 metri. Abbiamo così risolto il problema della sabbia che oramai da mesi otturava tutte le tubature, ostruendo il passaggio dell'acqua ed alterandone la qualità.

Per fortuna i lavori sono stati ultimati giusto in tempo per l'inizio degli esami di metà anno: 4 giorni di prove scritte per gli studenti dell'Anjali school.
Alla fine del mese scorso si è conclusa in modo positivo la storia di Neetu, una giovane ragazza che avevamo accolto all'ashram a fine dicembre assieme al suo bambino di un mese. Neetu, viene da una storia di violenza ed abusi famigliari. Sfortunatamente la sera stessa dell'accoglienza all'ashram il bimbo (provato da giorni di vita in strada senza cibo) è spirato lasciando tutti increduli e scossi. L'ashram le ha offerto di rimanere per riprendersi ed aiutarla poi a trovare un lavoro per essere indipendente dalla famiglia.
Dopo accertamenti,le è stata diagnosticata la tubercolosi intestinale, che anche se non contagiosa come quella polmonare, è comunque mortale per il paziente se non adeguatamente curata. Il trattamento dura un anno e fortunatamente Neetu, nonostante lo stadio avanzato (pensate che pesava solo 27 kg) ha reagito subito bene alle cure. Ora ha trovato lavoro come domestica presso una famiglia con la quale vive. Viene regolarmente all'ashram a trovarci ed a prendere le medicine.
E nonostante i molti impegni...non ci dimentichiamo mai la cosa più importante: chiudere gli occhi e ritrovare la pace dentro prima di agire nel mondo.

Con una foto di Vidya durante la meditazione del mattino ad inizio lezioni vi salutiamo caramente.

A presto dal Bal Ashram, Varanasi – India, Camilla e Lorenzo

venerdì 12 febbraio 2010

La Città della Luce: newsletter febbraio-marzo 2010.

Di seguito la newsletter de La Città della Luce, comunità fondata nel 1995, nelle Marche, da un gruppo di maestri di Reiki e la prima e probabilmente unica Comunità Reiki in Italia:

Cari amici,

Vi segnaliamo una interessante recensione di Massimo Introvigne sul Film Avatar
e vi invitiamo a partecipare ad un sondaggio indetto dal Corriere della Sera:
Siete favorevoli all’introduzione anche in Italia degli Ogm (organismi geneticamente modificati) in agricoltura?

Vi comunichiamo i prossimi appuntamenti della Città della Luce

FEBBRAIO 2010
Seminario di I Livello Reiki Metodo Usui: l'Arte della Guarigione


Sabato 13 e Domenica 14 Febbraio 2010 a Stienta (RO)
presso il Centro Reiki Madreterra, Via Argine Valle, 2089 , Stienta , Rovigo
per info Simona Bianchini cell. 339 5674225 sim.bianchini@gmail.com

Seminario di II Livello Reiki Metodo Usui: L'Albero della Vita

Sabato 20 e Domenica 21 Febbraio 2010 a Ripe (AN)

Seminario su Autorealizzazione e Relazione di Coppia

Sabato 27 e Domenica 28 Febbraio 2010 a Ornago (MB)
presso il Centro Manipura, Via Roncello 4/b
per info: Mariella Albanese: cell. 338.9221262 manipuraornago@gmail.com

MARZO 2010
Seminario di I Livello Reiki Metodo Usui: l'Arte della Guarigione

Sabato 6 e Domenica 7 Marzo 2010 a Ripe (AN).

Seminario di Costellazioni Familiari e Sistemiche: La Guarigione delle Radici

Sabato 13 e Domenica 14 Marzo 2010 in Garfagnana (LU)
presso il Centro Reiki White Rabbit.
per info: Alessia Balducci cell 3286231487 alessiabalducci@hotmail.com
Maria Luisa Grosso cell 3397955934 marialuisagrosso@alice.it

Seminario di Costellazioni Familiari e Sistemiche: La Guarigione delle Radici

Sabato 20 e Domenica 21 Marzo 2010 in Svizzera
presso il Centro Reiki Namaste'
per info: Alessandro Pawlowski cell. 0041.79.5475666 alessandrop@bluewin.ch

Seminario di Costellazioni Familiari e Sistemiche: La Guarigione delle Radici

Sabato 27 e Domenica 28 Marzo 2010 a Ornago (MB)
presso il Centro Manipura, Via Roncello 4/b
per info: Mariella Albanese: cell. 338.9221262 manipuraornago@gmail.com

APRILE 2010
Seminario di Primo Livello Avanzato: Miti, Simboli e Archetipi


Sabato 3, Domenica 4 e Lunedì 5 Aprile 2010 a Ripe (AN)

Seminario di I Livello Reiki Metodo Usui: l'Arte della Guarigione

Sabato 10 e Domenica 11 Aprile 2010 a Ripe (AN).

Vi auguriamo un Buon Viaggio nella Vostra Vita
Lo Staff della Citta' della Luce

giovedì 11 febbraio 2010

Torniamo in Oriente: itinerari tamil (prima parte).

E’ il 31 Gennaio 2009. Partiamo dall’headquarters di Sarvodaya ad un orario improponibile: le 4 di mattina! In strada i soliti cani, padroni della notte! Siamo Io, Gabriele, il Dr. Mariappan, editore del magazine Sarvodaya Talisman ed un professore tamil che, per rispettarne l’anonimato (volendone parlare in libertà), chiamerò N.
Non mi dispiace lasciare lo Sri Lanka, dopo quasi tre mesi di permanenza (e pensare che erano previste 2/3 settimane appena).
Voliamo su Tiruchirappalli (Trichy), lasciando Gabriele all’aeroporto a prendere il volo successivo al nostro. Arriviamo intorno alle 8.00/9.00 di mattina. Ci fermiamo a mangiare in un discreto ristorante. In Tamil Nadu non si usano i piatti ma foglie di banano. Le portano, in genere, bagnate, in segno di un servizio pulito. Tuttavia, la leggera patina di acqua che le ricopre, può rappresentare un rischio da non sottovalutare. Come molti lettori sapranno, nell’acqua, in Asia come del resto in Africa ed in America Latina, possono trovare ricetto parassiti come la Giardia e l’Ameba che possono avere conseguenze poco simpatiche (in particolare l’Ameba).
È buona norma, dunque, asciugare con un fazzoletto le foglie bagnate.
Non si usano, in genere, posate, come del resto in Sri Lanka.
Mangiamo un masala dosa, piatto tipico tamil, una crêpe preparata con una pastella a base di riso e lenticchie e del puri (frittelle di farina di ceci fritte in olio di mostarda o di semi). Sorprendo un topo di abbondanti dimensioni medie uscire da un buco sul marciapiede ― nello spazio verandato in cui stiamo mangiando — per poi tornare, sollecito, a nascondersi. Siamo di nuovo in India! Da Trichy dobbiamo raggiungere l’Università Rurale di Gandhigram, poco distante da una cittadina-non luogo (Dindigul) e dalla più celebre Madurai (celebre, in passato, come "l'Atene dell'Asia").
Non è un viaggio da poco! Io ho l’intera nottata sulle spalle; si è fatto tardi la sera e tra mezzanotte e le tre, orario a cui avevo puntato la sveglia, non sono riuscito a chiudere occhio.
Resto solo con il professor N., dopo aver messo il Dr. Mariappan su un taxi.
Prendiamo un autobus governativo, non senza avere le solite difficoltà per sistemare i bagagli. Gli autobus governativi, in India, non hanno difatti spazi preposti oltre a nicchie anguste sopra i sedili. Questo vale anche nel caso di autobus che coprano distanze piuttosto lunghe e che dunque, si presume, debbano ospitare persone con un minimo di effetti personali. Bisogna dunque adattarsi e fare il giusto affidamento sulla compiacenza degli altri passeggeri. Lo spazio non abbonda di certo, al contrario degli esseri umani, costantemente in sovrannumero.
La cosa antipatica è che l’autobus non arriva diretto nell’area di Gandhigram. Bisogna cambiare. Scendiamo dunque in un paese affollato, sporco, maleodorante. Dobbiamo aspettare sotto il sole. Il professore, senza grande ascendente, si muove tra vetture vecchie e rantolanti, mastodonti di lamiera, cercando di combinare un passaggio. Non riesco a capire quale problema ci sia, fatto sta che diversi guidatori ci negano l’accesso sull’autobus. Gli propongo di prendere un tuk tuk, sono disposto a pagarlo io, per quanto sia sprovvisto di rupie indiane e debba prelevare in qualche banca. «Non è necessario!», mi dice. Gli rispondo che almeno, mentre lui si adopera flemmaticamente senza risultato per ottenere un passaggio, posso raggiungere rapidamente una banca e prelevare. Sono senza un soldo e non è una situazione che ami particolarmente.
«Più tardi», mi risponde. Mi sembra di intuire (e ne avrò presto conferma) quale sia la sua tattica: rendermi completamente dipendente da lui. Mi è capitato diverse volte di imbattermi in questo genere di comportamenti. Un occidentale per amico è una grande risorsa in India. È motivo di vanto e “fa status”. È bene dunque tenerselo stretto, vincolandolo a doppia mandata ed è questa esattamente la strategia per farlo allontanare! Riusciamo a salire su un autobus con i nostri bagagli. Si sta pressati peggio delle sardine in scatola ma il tragitto non è lungo. Lui mi dice: «avremo potuto prendere un taxi ma così tu hai l’opportunità di vedere da vicino la realtà indiana» (scusa più stupida non la poteva davvero trovare!). Arriviamo poco distante da Gandhigram. A questo punto bisogna prendere un tuk tuk. Lo prendiamo per appena 500 metri. Arriviamo davanti ad una casa a due piani, rosa. «Per essere un ostello universitario (era difatti previsto fosse quella la mia accommodation) è ben misero!», penso tra me.
Varcato il cancello N. mi fa: «per ora stiamo qui, a casa mia, in ostello possiamo andare dopo!» ed il tentacolo della piovra fa un alro giro di stretta; senza soldi, a casa sua, senza sapere esattamente dove sia l’ostello!
N. ha una bella casa. Semplice ma bella. Mi mostra una stanza angusta con letto-tavolaccio durissimo ed il materassino intriso di polvere. Sarà dura, lo so! Mangiamo un cibo semplice, sattvico (puro, non carneo e non eccitante), lui, del resto, è un gandhiano militante (sai che festa!).
Mi berrei volentieri un bicchiere di vino bianco, ne sento davvero nostalgia in questo momento! Mangiamo il pasto frugalissimo accuditi dalla moglie di lui, perfetta donna di casa che infatti vibra di una pulizia semplice, senza utilizzo di detersivi ed elettrodomesitici sofisticati e, tuttavia, autentica.
Il piccolo soggiorno di casa, in transito tra l’ingresso e la cucina, ha poltrone che sembrano comprate da appena qualche giorno. Non tradiscono la minima usura mentre i mobili sembrano essere stati spolverati la mattina stessa, come le tante suppellettili; statuine di diversi maestri spirituali tra cui non può mancare Gandhi ma anche i due Sai Baba: Shirdi Sai Baba, quello storico, venerato in tutta l’India e Satya Sai Baba, sedicente reincarnazione del primo, guru che ha avuto grande successo in Occidente, finanche nella famiglia Craxi. Mi ritiro per tentare di riposare. La stanza, in verità, non è solo a mia disposizione. Sarebbe la stanza del figlio di circa 20 anni che mi ritroverò spesso attorno, successivamente, senza essere mai avvertito da un precedente, educato, bussare. In risposta, io avrò l’accortezza di chiudermi a chiave, di modo che dovrà bussare per forza!
Il letto è scomodo da morire ma mi addormento presto. Mi sveglio con i rumori del figlio che traffica in stanza. Esco in soggiorno. C’è un amico del professore, un polacco obeso che ha una fabbrica in paese. Mi trovo la serata completamente pianificata. Bisogna andare al Rotary Club di Dindigul, poi nelle campagne circostanti per un giro di parties (è pur sempre il 31 Gennaio). La sede del Rotary è piuttosto dimessa ma ci offrono dell’ottimo cibo tamil. Inizia poi il giro dei parties. Ci muoviamo con la macchina del polacco, un SUV con musichetta, un po’ snervante, abbinata alla retromarcia. Raggiungiamo una casa nelle colline circostanti. Ci abitano una coppia di olandesi con abbondante servitù. La serata sembra davvero moscia. Saranno una decina di persone sedute ad un lungo tavolo su di una terrazza vagamente rutilante di modeste luminarie. Un laptop collegato a buone casse diffonde musica lirica che contribuisce a creare un’atmosfera tardo-coloniale. Tra gli ospiti ci sono un paio di anziane sorelle malesi, una delle quali inizia a parlarmi ossessivamente del suo paese. Mi offrono whiskey e coca cola. I discorsi non decollano. Sostanzialmente ci si annoia! Per fortuna il polacco prende una buona iniziativa, si alza ed in modo gentile ma deciso avvia un’operazione di congedo. Ci aspetta un altro party, decisamente più vivace! Raggiungiamo un’altra, grande abitazione, adibita anche a resort. Il grande cancello si apre lentamente ad accogliere il SUV ed anche in questo caso non si è risparmiato sulla servitù. Ci accolgono tre o quattro portieri tamil in tradizionale abito elegante, con copricapo versione barocca ed annodata di un turbante. Il SUV si inerpica lungo una strada sterrata, fino a raggiungere il resort, spavaldamente rutilante questa volta. Si sente la voce concitata di un’animatrice. È su un palco all’aperto, in tutta la sua imponenza matronale a strepitare simpaticamente in un microfono. Alle sue spalle casse ciclopiche rimandano, nelle pause dell’animazione, una discreta musica techno. Il proprietario del resort è un imprenditore musulmano: Saleem. Sembra avere il volto segnato da un passato faticoso, probabilmente travagliato.
«Saleem ci sa fare davvero», mi dice il polacco, «è un ottimo businessman!».
L’animatrice organizza giochi simpatico sul palco. È una dimensione da Club Med a tenuta casta. Uomini e donne non possono giocare e ballare assieme. Ci sono giiochi e momenti di ballo separati. It is India! Passiamo comunque una bella serata. Saleem è molto sollecito nei miei confronti. Vuole mostrarmi una lealtà maschile tutta musulmana. Morale: mi chiede di continuo cosa voglia bere, riempiendomi di whiskey e coca cola. Comprendo subito che faccio bene a bere lentamente se non voglio ritrovarmi, per compiacenza eccessiva con Saleem, ubriaco fradicio. Torniamo a casa del professore alle 2 di mattina, orario più che decente per essere un capodanno! Poche ore di riposo sul tavolaccio e poi, sussunto nella pianificazione sua e del polacco, ci aspetta, in mattinata, la visita ad un posto che credo si possa definire quantomeno inquietante. Se ne parlerà in un prossimo post; restate in linea!